Ma per arrivare a questa tettoia, a questo silenzio buono, a questa pace che ha il sapore di una conquista minore eppure reale — ho dovuto attraversare qualcosa. E poiché tu sei uno di quelli con cui vale la pena essere onesti fino in fondo, ti racconto tutto. Anche le parti brutte. Soprattutto quelle.
I. L'acqua che entra lentamente
Non so dirti con precisione quando è cominciata la discesa. Non c'è stato un momento preciso, una rottura netta, un giorno in cui mi sono svegliato e ho capito che stavo male. È stata una cosa strisciante, sotterranea, come quando l'umidità entra nelle pareti di una casa: all'inizio non la vedi, poi cominci a sentire un odore strano, poi un giorno ti ritrovi con la muffa ovunque e ti chiedi come hai fatto a non accorgertene prima.
La vita adulta ha le sue esigenze. Questo lo sapevo, lo so, lo accetto. Le bollette, l'assicurazione della macchina, il fitto, i doveri ordinari dell'esistenza che nessuno ti regala. Queste cose sono reali, concrete, e richiedono attenzione e denaro. Non ho nulla contro di loro in quanto tali. Il problema — e ci ho messo anni a capirlo — non era il denaro. Era quello che il denaro aveva cominciato a significare dentro di me.
A un certo punto, quasi senza accorgermene, la necessità economica era diventata una narrazione. E la narrazione diceva: per stare al mondo bisogna essere un certo tipo di uomo. Un uomo orientato al risultato. Efficiente. Focalizzato. Un uomo che conosce il marketing, che capisce il business, che parla la lingua del successo aziendale con scioltezza e senza imbarazzo. Un uomo che non perde tempo con le cose belle se le cose belle non producono reddito.
Ho cominciato a comprare libri di marketing. Io. Io che avevo passato pomeriggi interi su Dostoevskij, che mi ero perso per ore nelle pagine di Cioran, che trovavo nella letteratura e nella musica e nella fotografia qualcosa che assomigliava alla verità — o almeno alla sua ombra — mi ritrovavo a evidenziare paragrafi su come ottimizzare un funnel di vendita. E la cosa straziante, la cosa che mi vergogno ancora un poco ad ammettere, è che non lo facevo con distacco cinico, come chi fa una cosa necessaria e poi torna a sé stesso. Lo facevo sul serio. Cercavo davvero di diventare quell'uomo.
Perché quando la pressione è abbastanza forte, e viene da abbastanza direzioni diverse — la società, le aspettative, il conto corrente, lo sguardo degli altri, la voce interna che ti dice che non stai facendo abbastanza — a un certo punto cominci a cedere. Non di botto. Per gradi. Prima smetti di fare le escursioni in montagna, perché ci vuole tempo e il tempo è denaro. Poi smetti di portare la macchina fotografica, perché tanto a che serve. Poi smetti di comprare i libri che ami, perché sono una spesa inutile. E un giorno ti svegli e ti guardi allo specchio e non riconosci del tutto chi vedi
II. La lacerazione
Quello che ho vissuto in questi anni — e qui devo essere preciso, perché le parole contano — non era tristezza. La tristezza ha una sua dolcezza, una sua liquidità. Quello era qualcosa di più secco, più opaco. Era una sensazione di piattezza. Come se qualcuno avesse abbassato le frequenze della vita e ora tutto arrivasse attutito, smorzato, senza la risonanza di prima.
Le cose che amavo — la montagna, la fotografia, la lettura, la musica, la pittura, quella capacità di stare dentro un'idea per ore e di uscirne trasformato anche solo di un millimetro — non erano sparite del tutto. Erano lì, ma lontane. Come si guarda un paesaggio attraverso un vetro appannato: sai che è bello, ci riconosci le forme, ma non lo senti più sulla pelle.
E poi c'era la voce. Quella voce interiore silenziosa e continua che mi diceva: sei diventato banale. Non lo gridava, non era un'accusa violenta. Era peggio: era una constatazione pacata, quasi compassionevole. Stai diventando un uomo piatto, mi diceva. Stai perdendo quello che eri. Stai rinunciando alla tua parte migliore in cambio di qualcosa che non ti appartiene e che, tra l'altro, non ti darà nemmeno quello che speri.
Ho parlato di tutto questo con la mia psicoterapeuta. Lei — con quella grazia discreta che hanno le persone che sanno davvero ascoltare — ha cercato più volte di portarmi su una strada diversa. Una strada fatta di riflessione più quieta, di uno sguardo più gentile verso me stesso, di una rinegoziazione del rapporto tra le mie necessità pratiche e le mie necessità profonde. E io l'ho rifiutata. Non per caparbietà, almeno non solo. L'ho rifiutata perché una parte di me si era convinta di sapere già dove portava quella strada, e non voleva arrivarci. Perché arrivarci significava ammettere quanto mi ero allontanato da me stesso. E quello faceva troppo male.
Così continuavo. Compravo libri di marketing. Leggevo di strategie aziendali. Cercavo di ottimizzare cose che non volevo ottimizzare. E dentro, quella voce continuava il suo lavoro paziente e devastante: banale, mi diceva. Piatto. Non sei più tu.
III. Il moto di ribellione
Poi stamattina qualcosa si è mosso. Non so dirti esattamente cosa. Forse era la stagione — c'è qualcosa nell'aria di marzo che non mente, che annuncia un cambiamento anche quando tu non ci credi ancora. Forse era la stanchezza di portare quel peso per troppo tempo. Forse era semplicemente che certi nodi si sciolgono quando sono pronti, e non un momento prima.
Mi sono alzato con quella voce solita nella testa — banale, piatto, non sei più tu — e ho fatto una cosa che non facevo da tempo: le ho risposto. Non a parole. Con un gesto. Sono uscito.
Ho camminato. Così, senza meta precisa, senza efficienza, senza nessuno scopo se non quello di mettere un piede davanti all'altro e sentire l'aria di questa primavera che comincia. E mentre camminavo mi sono accorto di una cosa semplice: stavo respirando. Non nel senso banale — respiravo anche prima, ovviamente. Ma respiravo con una presenza diversa. Come se il corpo, liberato per un momento dalla morsa delle preoccupazioni, si ricordasse di sé stesso.
Poi sono entrato in una libreria. Non perché avessi un titolo preciso in mente, non per utilità, non perché qualcuno me lo avesse consigliato per migliorare le mie performance professionali. Per piacere. Per il vecchio, semplice, irriducibile piacere di entrare in una libreria e vedere cosa mi chiamava. Ho preso due libri di Delphi — una casa editrice che amo perché sceglie i suoi autori con una cura che si sente, perché non insegue il mercato ma va dietro a qualcosa di più ostinato e prezioso. Li ho tenuti in mano, ho sentito la copertina, ho letto qualche riga a caso. E ho sentito qualcosa che non sentivo da tempo: riconoscimento. Questo è mio, diceva qualcosa dentro di me. Questo appartiene a chi sono davvero.
III. Il barbecue e la contraddizione feconda
Sono tornato a casa e mi sono seduto qui, sotto questa tettoia, davanti a questo barbecue in muratura che ho costruito con le mie mani. E mi sono fermato a guardarlo, forse per la prima volta con occhi giusti.
Questo barbecue lo ha pagato quell'uomo che mi dispiaceva tanto. Quell'uomo orientato al lavoro, alle bollette, all'efficienza, al guadagno. Quell'uomo che compravo libri di marketing e cercava di capire i funnel di vendita. Quell'uomo che mi sembrava il mio nemico, il traditore di tutto quello che ero stato.
E invece eccolo qui, il suo lavoro: mattoni, cemento, ferro, una struttura solida che durerà vent'anni. Che mi darà calore d'estate e soddisfazione ogni volta che lo uso. Che è, a modo suo, una forma di cura — per me, per la mia casa, per chi mi sta vicino. Non era il mio nemico, quell'uomo. Era una mia parte. Una parte che ho rifiutato con troppa violenza e che in realtà, se la guardo senza il rancore degli anni difficili, ha fatto il suo lavoro con una certa dignità.
Il problema non era lui. Era che lo avevo lasciato occupare tutto lo spazio, e lui — come tutte le parti di noi quando gli si dà carta bianca — ne aveva approfittato. Non per malevolenza. Semplicemente perché è nella natura delle cose: se non tieni in equilibrio le forze, una prevale sulle altre. Non è colpa di nessuno. È solo quello che succede quando perdi il timone.
IV. The Ravensmore e l'uomo che sono
Ho un progetto. Si chiama The Ravensmore Club, e quando lo racconto alle persone di solito vedo nei loro occhi una luce di curiosità mista a perplessità — come se non capissero bene cosa sia, ma sentissero che c'è qualcosa di vivo dentro. Ed è esattamente quello che voglio che sia: un luogo — fisico, mentale, culturale, non importa — dove si degustano cose buone. Dove si scrive. Dove si discute di eventi, di politica, di cultura, con quella profondità pigra e goduta che appartiene alle conversazioni che contano. Un club dove la banalità non ha accesso.
Questo progetto non è nato a tavolino. È nato da una resistenza. È la risposta che la parte profonda di me ha dato alla pressione di questi anni, come una pianta che trova il modo di crescere anche attraverso l'asfalto. Non l'ho pianificato. È emerso. E il fatto che sia emerso — il fatto che io abbia trovato il nome, la visione, la forma di qualcosa che non esisteva ancora — mi dice che quell'uomo che temevo di aver perso era ancora lì, a lavorare nel silenzio, ad aspettare il momento giusto.
Sono poliedrico. L'ho sempre saputo, ma per anni l'ho vissuto come un problema — come una mancanza di focus, come l'incapacità di essere abbastanza uno solo di quelli che ero. Adesso comincia a sembrarmi una ricchezza. Posso essere l'uomo che paga le bollette e costruisce barbecue in muratura. E posso essere l'uomo che legge Delphi e cammina in montagna e fotografia la luce quando è giusta e parla per ore di cose che non servono a niente ma che dicono tutto. Non si escludono. Non si odiano. Hanno solo bisogno di essere tenuti in equilibrio, con attenzione e un po' di fermezza
V. Primavera
Stamattina, seduto qui, ho capito qualcosa che avrei dovuto capire prima — ma le cose si capiscono quando si è pronti, e non un momento prima. Ogni parte di me ha il suo valore. Ogni parte di me ha contribuito a costruire quello che sono, incluse le parti che ho combattuto, rifiutato, disprezzato. La sofferenza di questi anni non è stata inutile: mi ha consumato abbastanza perché quello strato di pressione e di narrazione sbagliata si assottigliasse, e adesso vedo meglio.
La primavera quest'anno arriva puntuale. Gli alberi stanno rifacendo le foglie, l'aria ha quella qualità morbida e promettente che ha solo in questo periodo, e io sono seduto sotto la mia tettoia con due libri nuovi in borsa e una quiete addosso che sa di conquista. Non è la fine di niente, questa. Non è una guarigione definitiva, non è la risoluzione di un problema. È più simile a un'apertura — a una finestra che si riaffaccia su un paesaggio che credevo di aver perduto e che invece era sempre stato lì, ad aspettare che tornassi a guardarlo.
L'equilibrio non è uno stato che si raggiunge e si conserva. È una pratica, un aggiustamento quotidiano, come tenere la retta su un sentiero in quota dove il terreno cambia ad ogni passo. Si sbanda, si corregge, si sbanda di nuovo. L'importante è sapere dove si sta andando. Oggi lo so un po' meglio di ieri. E questo, per adesso, è più che sufficiente.
Con tutto l'affetto che so darti,
— da sotto la tettoia, mentre inizia la primavera