Giorgio Carrozzini

My Comfort Blog

Il senso nell'imperfezione

Voglio essere chiaro su una cosa, prima di cominciare: non sono un filosofo. Non ho cattedre, non ho sistemi teorici da difendere. Quello che sto per scrivere viene da qualcosa di molto più semplice e molto più concreto — viene dalla mia vita, dal mio corpo, dalle domande che mi sono fatto negli anni cercando di capire cosa fare con le cose che non si possono cambiare.

Se troverete in queste righe qualche riferimento culturale, qualche parola più tecnica del solito, non prendetelo come un tentativo di sembrare più dotto di quello che sono. È solo che certe idee — quando le incontri in un libro, in un film, in una conversazione — ti restano dentro perché dicono qualcosa che tu stesso stavi cercando di dire, e non trovavi le parole.

Queste sono le mie parole. O almeno, il mio tentativo di trovarle.

La vita perfetta non esiste. E per fortuna.

Ho passato anni a desiderare una versione di me stesso senza problemi. Credo lo facciamo tutti, in un modo o nell'altro. Vogliamo la vita liscia, senza attriti, senza le cose scomode che ci costringono a fermarci e a fare i conti con noi stessi.

Ma più ci pensavo, più mi rendevo conto di una cosa strana: quella vita che desideravo — perfetta, pulita, senza cicatrici — sarebbe stata anche una vita in cui non avrei imparato niente. Niente di vero, almeno.

Perché si impara rompendosi. Si impara riparandosi. Il divertimento, la crescita, la conoscenza di sé — queste cose non nascono quando tutto va bene. Nascono nel mezzo del casino, quando qualcosa cede e tu devi decidere cosa farne.

La parola perfezione viene dal latino perfectio, che significa qualcosa di completamente compiuto, finito, che non ha più nulla da aggiungere. Ecco, una vita perfetta sarebbe una vita già finita. Senza movimento, senza tensione, senza la spinta che viene dal dover ancora diventare qualcosa.

Non so voi, ma io non voglio una vita finita. Non ancora.

Due film che mi hanno aiutato a pensare

Non sono il tipo che cita i classici per fare effetto. Ma ci sono due film che mi tornano in mente spesso quando penso a queste cose, e vale la pena nominarli.

Il primo è Pleasantville. C'è questa cittadina americana degli anni Cinquanta — tutto è perfetto, pulito, in bianco e nero, senza conflitti. E man mano che i personaggi cominciano a sentire emozioni vere — il desiderio, la paura, la gioia, anche la rabbia — il colore irrompe nella scena. La perfezione era solo vuoto. La vita, quella vera, arriva con il colore. E il colore è disordine, è imprevedibilità, è imperfezione.

Il secondo è Matrix. C'è un momento in cui l'Agente Smith spiega perché la prima simulazione perfetta ha fallito: la mente umana non la accettava. Avevamo bisogno di un mondo che non funzionasse perfettamente, dove le cose vanno storte, dove si fa esperienza dell'errore e del rischio. Senza quello, non eravamo capaci di stare dentro la simulazione. Perché senza imperfezione, non c'è niente a cui aggrapparsi davvero.

Questi due film, per me, dicono la stessa cosa: siamo fatti per l'imperfezione. Non la sopportiamo — ci siamo costruiti dentro.

La mia mano

Adesso vi racconto la cosa vera. Quella da cui è nata questa riflessione.

Ho una deformità alla mano sinistra. Si chiama morbo di Recklinghausen — una malattia genetica che causa la crescita di tumori benigni lungo i nervi. Nel mio caso si vede, è lì, non la puoi ignorare se mi guardi. Ho fatto tre operazioni nel corso degli anni. So cosa vuol dire svegliarsi dall'anestesia, fare i conti con una cicatrice nuova, chiedersi ogni mattina se quel giorno la mano la mostri o la nascosti.

Quel gesto — mostrare o nascondere — sembra banale, ma non lo è. È il modo in cui ogni giorno decidi chi sei e come ti metti in relazione con il mondo. Nascondere è una forma di controllo: controlli la narrazione, controlli lo sguardo degli altri, ti proteggi. Mostrare è un atto di coraggio diverso: dici questo sono io, con tutto quello che c'è.

Per molto tempo ho cercato un senso in quella cosa lì. Non una spiegazione — le spiegazioni mediche le avevo già. Un senso. Qualcosa che mi dicesse: va bene che questa cosa esista, vale qualcosa il fatto che tu ci debba fare i conti ogni giorno.

E alla fine ho trovato una risposta, o almeno la mia risposta: il senso è nell'apprendimento. Ogni problema — anche quello scritto sul corpo, anche quello che non puoi rimuovere — è un'occasione di conoscere qualcosa che altrimenti non avresti mai conosciuto. Su te stesso, sugli altri, su cosa conta davvero.

Non è una risposta romantica. È semplicemente quella che funziona per me.

Tre cose che ho capito nel tempo

Non ho sistemi, non ho teorie. Ho tre cose che ho capito — lentamente, a volte dolorosamente — e che cerco di tenermi vicine.

La prima è che l'esistenza è fatta di problemi. Non come punizione, non come sfortuna. È semplicemente la struttura di come stanno le cose. Quando ho smesso di desiderare una vita senza problemi e ho cominciato a chiedermi come rispondo a questi problemi, qualcosa è cambiato. Non i problemi — quelli erano ancora lì. Il mio rapporto con loro.

La seconda è che i miei problemi sono miei. Non sono comparabili con quelli degli altri, non sono peggiori né migliori, non possono essere risolti da nessun altro al posto mio. Questa cosa, che all'inizio sembra un peso, è in realtà una forma di libertà: la mia storia è mia, la mia fatica è mia, e quindi anche il mio percorso è mio. Nessuno può togliermi quello.

La terza è che affrontare i propri problemi — non necessariamente risolverli tutti, ma guardarli in faccia, prenderli sul serio, lavorarci — dà alla vita una sensazione di completezza che non trovi altrove. Non è la felicità nel senso di assenza di dolore. È qualcosa di più solido: la sensazione di aver fatto la propria parte, di aver vissuto fino in fondo quello che c'era da vivere.

Una parola sul coraggio — e una sull'evitamento

Coraggio viene dal latino cor, che significa cuore. Non è l'assenza di paura. È avere abbastanza cuore da andare avanti anche quando hai paura.

Il suo contrario, per me, non è la codardia nel senso drammatico del termine. È qualcosa di più quotidiano e di più subdolo: è l'evitamento. Quel modo di stare al mondo in cui si scansa sistematicamente tutto ciò che fa male, tutto ciò che è scomodo, tutto ciò che chiede di fermarsi e fare i conti con qualcosa.

L'ho fatto anch'io, per anni. Si può fare una vita intera così. Ma è una vita che resta incompiuta, nel senso letterale della parola: non porta a termine quello che avrebbe potuto portare.

L'occasione dell'esistenza è aperta adesso. Non tra un po', non quando le cose saranno più facili. Adesso. E sprecarla nell'evitamento dei propri problemi, per me, è la forma più silenziosa e più costosa di spreco.

Per chiudere

Sono partito dalla mia mano. Sono arrivato qui, a cercare di dire una cosa semplice in modo abbastanza onesto.

La vita non diventa significativa quando smetti di avere problemi. Diventa significativa quando cominci a prendere i tuoi problemi sul serio — a dargli un senso, a lavorarci, a lasciarti cambiare da quello che ti costano.

Il colore, in Pleasantville, non è arrivato quando tutto è andato bene. È arrivato quando qualcosa si è rotto e qualcuno ha scelto di sentirlo davvero.

Io ci provo ogni giorno.

Voglio essere chiaro su una cosa, prima di cominciare: non sono un filosofo. Non ho cattedre, non ho sistemi teorici da difendere. Quello che sto per scrivere viene da qualcosa di molto più semplice e molto più concreto — viene dalla mia vita, dal mio corpo, dalle domande che mi sono fatto negli anni cercando di capire cosa fare con le cose che non si possono cambiare.

Se troverete in queste righe qualche riferimento culturale, qualche parola più tecnica del solito, non prendetelo come un tentativo di sembrare più dotto di quello che sono. È solo che certe idee — quando le incontri in un libro, in un film, in una conversazione — ti restano dentro perché dicono qualcosa che tu stesso stavi cercando di dire, e non trovavi le parole.

Queste sono le mie parole. O almeno, il mio tentativo di trovarle.

La vita perfetta non esiste. E per fortuna.

Ho passato anni a desiderare una versione di me stesso senza problemi. Credo lo facciamo tutti, in un modo o nell'altro. Vogliamo la vita liscia, senza attriti, senza le cose scomode che ci costringono a fermarci e a fare i conti con noi stessi.

Ma più ci pensavo, più mi rendevo conto di una cosa strana: quella vita che desideravo — perfetta, pulita, senza cicatrici — sarebbe stata anche una vita in cui non avrei imparato niente. Niente di vero, almeno.

Perché si impara rompendosi. Si impara riparandosi. Il divertimento, la crescita, la conoscenza di sé — queste cose non nascono quando tutto va bene. Nascono nel mezzo del casino, quando qualcosa cede e tu devi decidere cosa farne.

La parola perfezione viene dal latino perfectio, che significa qualcosa di completamente compiuto, finito, che non ha più nulla da aggiungere. Ecco, una vita perfetta sarebbe una vita già finita. Senza movimento, senza tensione, senza la spinta che viene dal dover ancora diventare qualcosa.

Non so voi, ma io non voglio una vita finita. Non ancora.

Due film che mi hanno aiutato a pensare

Non sono il tipo che cita i classici per fare effetto. Ma ci sono due film che mi tornano in mente spesso quando penso a queste cose, e vale la pena nominarli.

Il primo è Pleasantville. C'è questa cittadina americana degli anni Cinquanta — tutto è perfetto, pulito, in bianco e nero, senza conflitti. E man mano che i personaggi cominciano a sentire emozioni vere — il desiderio, la paura, la gioia, anche la rabbia — il colore irrompe nella scena. La perfezione era solo vuoto. La vita, quella vera, arriva con il colore. E il colore è disordine, è imprevedibilità, è imperfezione.

Il secondo è Matrix. C'è un momento in cui l'Agente Smith spiega perché la prima simulazione perfetta ha fallito: la mente umana non la accettava. Avevamo bisogno di un mondo che non funzionasse perfettamente, dove le cose vanno storte, dove si fa esperienza dell'errore e del rischio. Senza quello, non eravamo capaci di stare dentro la simulazione. Perché senza imperfezione, non c'è niente a cui aggrapparsi davvero.

 

Questi due film, per me, dicono la stessa cosa: siamo fatti per l'imperfezione. Non la sopportiamo — ci siamo costruiti dentro.

La mia mano

Adesso vi racconto la cosa vera. Quella da cui è nata questa riflessione.

Ho una deformità alla mano sinistra. Si chiama morbo di Recklinghausen — una malattia genetica che causa la crescita di tumori benigni lungo i nervi. Nel mio caso si vede, è lì, non la puoi ignorare se mi guardi. Ho fatto tre operazioni nel corso degli anni. So cosa vuol dire svegliarsi dall'anestesia, fare i conti con una cicatrice nuova, chiedersi ogni mattina se quel giorno la mano la mostri o la nascosti.

Quel gesto — mostrare o nascondere — sembra banale, ma non lo è. È il modo in cui ogni giorno decidi chi sei e come ti metti in relazione con il mondo. Nascondere è una forma di controllo: controlli la narrazione, controlli lo sguardo degli altri, ti proteggi. Mostrare è un atto di coraggio diverso: dici questo sono io, con tutto quello che c'è.

Per molto tempo ho cercato un senso in quella cosa lì. Non una spiegazione — le spiegazioni mediche le avevo già. Un senso. Qualcosa che mi dicesse: va bene che questa cosa esista, vale qualcosa il fatto che tu ci debba fare i conti ogni giorno.

E alla fine ho trovato una risposta, o almeno la mia risposta: il senso è nell'apprendimento. Ogni problema — anche quello scritto sul corpo, anche quello che non puoi rimuovere — è un'occasione di conoscere qualcosa che altrimenti non avresti mai conosciuto. Su te stesso, sugli altri, su cosa conta davvero.

Non è una risposta romantica. È semplicemente quella che funziona per me.

Tre cose che ho capito nel tempo

Non ho sistemi, non ho teorie. Ho tre cose che ho capito — lentamente, a volte dolorosamente — e che cerco di tenermi vicine.

La prima è che l'esistenza è fatta di problemi. Non come punizione, non come sfortuna. È semplicemente la struttura di come stanno le cose. Quando ho smesso di desiderare una vita senza problemi e ho cominciato a chiedermi come rispondo a questi problemi, qualcosa è cambiato. Non i problemi — quelli erano ancora lì. Il mio rapporto con loro.

La seconda è che i miei problemi sono miei. Non sono comparabili con quelli degli altri, non sono peggiori né migliori, non possono essere risolti da nessun altro al posto mio. Questa cosa, che all'inizio sembra un peso, è in realtà una forma di libertà: la mia storia è mia, la mia fatica è mia, e quindi anche il mio percorso è mio. Nessuno può togliermi quello.

La terza è che affrontare i propri problemi — non necessariamente risolverli tutti, ma guardarli in faccia, prenderli sul serio, lavorarci — dà alla vita una sensazione di completezza che non trovi altrove. Non è la felicità nel senso di assenza di dolore. È qualcosa di più solido: la sensazione di aver fatto la propria parte, di aver vissuto fino in fondo quello che c'era da vivere.

Una parola sul coraggio — e una sull'evitamento

Coraggio viene dal latino cor, che significa cuore. Non è l'assenza di paura. È avere abbastanza cuore da andare avanti anche quando hai paura.

Il suo contrario, per me, non è la codardia nel senso drammatico del termine. È qualcosa di più quotidiano e di più subdolo: è l'evitamento. Quel modo di stare al mondo in cui si scansa sistematicamente tutto ciò che fa male, tutto ciò che è scomodo, tutto ciò che chiede di fermarsi e fare i conti con qualcosa.

L'ho fatto anch'io, per anni. Si può fare una vita intera così. Ma è una vita che resta incompiuta, nel senso letterale della parola: non porta a termine quello che avrebbe potuto portare.

L'occasione dell'esistenza è aperta adesso. Non tra un po', non quando le cose saranno più facili. Adesso. E sprecarla nell'evitamento dei propri problemi, per me, è la forma più silenziosa e più costosa di spreco.

Per chiudere

Sono partito dalla mia mano. Sono arrivato qui, a cercare di dire una cosa semplice in modo abbastanza onesto.

La vita non diventa significativa quando smetti di avere problemi. Diventa significativa quando cominci a prendere i tuoi problemi sul serio — a dargli un senso, a lavorarci, a lasciarti cambiare da quello che ti costano.

Il colore, in Pleasantville, non è arrivato quando tutto è andato bene. È arrivato quando qualcosa si è rotto e qualcuno ha scelto di sentirlo davvero.

Io ci provo ogni giorno.