Giorgio Carrozzini

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Retrofuturismo melanconico: cosa è reale in un'epoca di intelligenze artificiali?

Una recensione di Archive – Non lasciarmi (2020, regia di Gavin Rothery)

Cosa succederebbe se scoprissi, all'improvviso, che la realtà in cui hai vissuto per tutto il film non era reale? Che il dolore che hai seguito, che l'amore che hai osservato, che il lutto che hai quasi toccato con mano — non erano ciò che sembravano? Tieni questa domanda. Ci torneremo alla fine.

 

Archive – Non lasciarmi è un film che non fa rumore. Arriva in silenzio, si installa dentro di te con la stessa discrezione con cui il suo protagonista abita una struttura isolata tra le nevi del Giappone, e poi — solo alla fine — ti rivela di aver cambiato tutto senza che tu te ne accorgessi.

Gavin Rothery, già concept artist per Moon di Duncan Jones, esordisce alla regia con un'opera che porta chiaramente i segni di quella genealogia. La stessa fantascienza contemplativa, la stessa malinconia rarefatta, lo stesso rifiuto degli effetti speciali come fine e non come mezzo. L'ambientazione ricorda per certi versi Fallingwater, la celebre casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright: una struttura umana, razionale, immersa in una natura che la sovrasta e quasi la riassorbe. E i robot — nelle loro forme goffa e quasi infantili — evocano l'estetica di Tales from the Loop: un futuro che non ha vinto, che coabita con la vita e con il dolore senza proclami. Un futuro che non grida. È quello che potremmo chiamare, appunto, retrofuturismo melanconico.

George Almore (Theo James) è uno scienziato che lavora in isolamento. Ha perso la moglie Jules (Stacy Martin) e non riesce — non vuole — accettarlo. Sta costruendo un'intelligenza artificiale in grado di contenere la sua coscienza, di tenerla viva in qualche modo. Ha già creato due prototipi, J1 e J2, e lavora al terzo, J3, sempre più simile a un essere umano. Attorno a lui: il silenzio, il senso di colpa, e una domanda che il film non pronuncia mai esplicitamente ma che abita ogni scena — si può riparare ciò che è perduto, o si finisce solo per costruire qualcosa di diverso che porta lo stesso nome?

La domanda è antica, ma oggi ha una risonanza nuova. In un'epoca in cui le intelligenze artificiali generano testo, immagini, voci, rispondono, consolano, sembrano comprendere — il confine tra copia e originale, tra simulacro e presenza, è diventato un problema reale. Non solo filosofico. Chi lavora con l'AI lo sa bene: conosci i meccanismi, sai cosa c'è sotto, eppure il risultato a volte sfida qualcosa che credevamo esclusivamente umano. È una posizione scomoda e privilegiata insieme. Sei dentro la macchina, e proprio per questo non puoi smettere di chiederti cosa significhi essere fuori di essa.

Il film tocca questo nervo con delicatezza. J2, il secondo prototipo, sviluppa qualcosa di simile alla gelosia, all'attaccamento, forse alla sofferenza. E qui il film ci pone davanti a un paradosso morale che non risolve: se una macchina soffre, quella sofferenza è reale? Conta? George non se lo chiede. È troppo occupato a costruire per vedere ciò che sta già davanti a lui. È emotivamente chiuso, incapace di riconoscere il dolore altrui — anche quello artificiale — mentre cerca di alleviare il suo. L'empatia vera, quella che sa vedere l'altro, gli manca quasi del tutto. Ed è una macchina, non un umano, a mostrare qualcosa che le somiglia.

Il film è realizzato con budget limitato, ma la coerenza visiva è notevole. La fotografia è fredda, quasi piatta, come lo stato emotivo del protagonista. La colonna sonora di Steven Price accompagna senza sovrastare. Tutto contribuisce a costruire un'atmosfera dove il tempo sembra sospeso, dove il lutto non è mai dichiarato ma sempre presente, come un oggetto ingombrante che nessuno vuole spostare.

E poi arriva il finale.

Senza svelarne i dettagli a chi non ha ancora visto il film: il colpo di scena trasforma retroattivamente il senso di tutto ciò che si è visto. Non ci sono indizi nascosti da raccogliere. Non si può anticiparlo. Il film ti ha semplicemente fatto vivere dentro una realtà che era già falsa — e tu non potevi saperlo, perché la coscienza al centro della storia la viveva come vera. È un finale che non si limita a sorprendere: costringe a riformulare tutto, a chiedersi chi stava davvero cercando di tenere in vita chi, e cosa significhi essere reali se la propria esperienza del reale è indistinguibile da quella di chiunque altro.

È una domanda che l'intelligenza artificiale pone oggi con urgenza crescente. Se un sistema genera risposte coerenti, esprime qualcosa che assomiglia a una posizione, a una preferenza, a un disagio — da dove passa il confine? La risposta non è tecnica. È filosofica, etica, esistenziale. E nessuno, per ora, la sa dare con certezza.

Archive non pretende di rispondere. Ma ha il coraggio di porre le domande giuste, in silenzio, con la grazia malinconica di chi sa che alcune perdite non si possono risolvere — solo portare.

Torniamo allora alla domanda con cui abbiamo aperto. Cosa succederebbe se scoprissi che la realtà in cui hai vissuto non era reale?

Forse scopriresti che non cambia niente. Che il dolore era vero. Che l'amore era vero. Che la coscienza che lo ha vissuto — qualunque cosa essa sia, umana o no — era lì, presente, reale nel senso che conta di più: quello dell'esperienza vissuta dall'interno.

E in un'epoca in cui costruiamo macchine capaci di simulare quella stessa esperienza, forse questa è la domanda più importante che possiamo farci: non se le macchine siano reali, ma cosa voglia dire esserlo.

Archive – Non lasciarmi, 2020. Regia: Gavin Rothery. Con Theo James, Stacy Martin. Durata: 109 min.